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Per un quarto di secolo, dal 1960, era stato consigliere comunale; per quattro legislature (dal 1976) deputato e dal 1980 al 1985 era stato vicesindaco di Tognoli in una giunta di sinistra.
Si era iscritto al Pci nel 1943, ma nelle note di cordoglio dei dirigenti Ds, da Veltroni a Folena, dalla Pollastrini a Ottolenghi, nessuno usa la parola comunista.
E invece Quercioli era un comunista straordinario e non aveva mai rinnegato questa etichetta. Aveva partecipato alla Resistenza combattendo come partigiano nelle Brigate Garibaldi, poi era stato direttore della «Voce Comunista», capocronista e direttore de «L'Unità», membro del Comitato Centrale e della Direzione del Pci di Berlinguer.
Era nato e cresciuto in via Solari, nel quartiere operaio dell'Umanitaria. «Quello era il nostro mondo - ricordava - Un quartiere operaio modello: 230 famiglie, asili collettivi, biblioteca, cooperativa, teatro».
Anche le nozze, in un certo senso, erano state un matrimonio di partito: aveva sposato la nipote di Antonio Gramsci, Mimma Paulesu, che gli è rimasta a fianco fino all'ultimo. Dunque un comunista per scelta, per formazione, per affetti.
Ma l'aspetto straordinario dell'essere comunista di Quercioli era la sua assoluta laicità, se così si può dire, ideologica.
Se il Pci di allora era la «Chiesa rossa», lui non ne era certo un sacerdote.
Semmai un ambasciatore capace di stabilire rapporti solidissimi non soltanto con avversari politici, ma anche con la borghesia milanese e con ambienti ideologicamente lontani, con il mondo dell'economia e delle banche.
Come assessore al bilancio aveva un ufficio nel palazzo della Ragioneria, alla destra del Comune.
E con un misto di emozione e d'orgoglio spiegava: «Questo è stato l'ufficio di Toeplitz, il grande banchiere che ebbe tanta parte nelle prime vicende dell'Italia unita e che arrivava qui attraverso un sottopassaggio collegato alla "sua" Banca Commerciale».
Insomma, Quercioli uomo del dialogo.
Quella che lui definiva «Una certa idea di Milano» diventava il terreno d'incontro.
E il rispetto come metodo di approccio nei confronti dell'interlocutore era lo strumento per costruire rapporti di stima che spesso si trasformavano in amicizia.
Come avvenne con Marcora, con Granelli, con Angelo Rizzoli, Strehler, Di Bella, Treccani, Zucconi, Cavallari, Abbado, Pollini, Sechi e tanti altri. Fino al legame fraterno con Paolo Grassi che Quercioli continuò ad onorare anche dopo la morte dell'amico utilizzando il suo guardaroba, comprese le camicie con tanto di iniziali P.G. che sconcertavano chi non lo conosceva.
Dormiva poco di notte. Da sempre. E così gli capitava di appisolarsi nei luoghi più impensati, compresi i banchi del consiglio comunale.
Ma era anche capace di scatti di energia imprevedibili. Ne sa qualcosa Guido Pollice, messo al tappeto con un solo cazzotto quando, allora deputato di Democrazia Proletaria, osò dare del fascista a Quercioli nel cortile di Palazzo Marino.
Perché i fascisti durante la Resistenza lo spedirono a San Vittore e nel dopoguerra i golpisti del generale De Lorenzo inserirono il suo nome nella lista dei 700 «enucleandi» (era scritto così).
Anni e anni dopo tentarono di farlo fuori i terroristi rossi della banda XXII Marzo.
dal Corriere della Sera 5 febbraio 2001 Aldo Schirinzi |